domenica 14 marzo 2010

Adiosu Nanni

Ieri mi sono svegliata alle sette di mattina per salire, alle sette e un quarto, sulla macchina d’un arzillo ottantasettenne e andare all’entrata dell’autostrada a prendere il pullman che m’avrebbe portato a Roma…
…a manifestare, sì!

Perché manifestare bisognava! Bisognava manifestare, perché il cinque marzo, almeno per me, era successo quel che avrebbe dovuto essere la goccia che avrebbe dovuto far traboccare il vaso. Bel modo verbale, il condizionale.
Ecco com’è andata.

Mi sono sorbita quattro ore di pullman. Sosta-pipì all’autogrill, senza nemmeno l’Amuchina in borsetta. Discorsi del tipo «Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni!» e «Questi uomini, che vanno ai night club e non ci dicono nulla!»: roba che, se l’avessero proposta a Nostro Signore in cambio della croce, Quello si sarebbe tenuto la croce!
Insomma –com’è, come non è– arriviamo a Cinecittà; e lì, come ha detto qualcuno, si doveva già sentir odore di presa per il culo!

Arrivo alle 13:00 in Piazza del Popolo, un’ora prima della manifestazione: c’è già un pochino di gente, ma nulla d’eccezionale. Mi lego la bandiera di partito in testa, perché mi secco a tenerla a mantellina; maglietta «PERTINI NON AVREBBE MAI FIRMATO» e via, a dar una mano ai ragazzi del gazebo. Mi avranno fotografato la maglietta in cinquemila, tant’è che ci son rimasta un po’ male a non trovar nessuna foto mia sui giornali di oggi, nemmeno su quelli di Silvio.

Il tempo passa e la gente arriva, siamo stipati come tante sardine in Piazza del Popolo; c’è gente anche fuori, e ai lati della piazza. Bandiere a non finire: pare che siamo duecentomila. Parlano la Bonino, Vendola, Di Pietro, Iacono e infine Bersani. Eppure, secondo me, la giornata di ieri è stata disastrosa, una vera sconfitta per tutti.

Primo: non ha nessun senso far un manifestazione del «popolo viola» la settimana prima, e una indetta dai partiti la settimana dopo. Non abbiamo una sconosciuta malattia per cui non ci possiamo mischiare (senza contare che ce ne sarà un’altra la settimana prossima).

Secondo: non ha nessun senso far una manifestazione in ogni piazza, e i leader di partito dovrebbero saperlo! Ormai, non serve più fare cose genuine, col cuore, tant’è vero che nessuna delle altre manifestazioni ha avuto spazio sui media; quindi, è come se non fossero avvenute. Visto che questo evento è stato organizzato dai partiti, i quali sono provvisti di mezzi, il modo migliore –e anche l’unico– sarebbe stato metter a disposizione pullman gratuiti (IDV l’ha fatto) per chiunque avesse desiderato andar a Roma, e dire: «La manifestazione si fa a Roma, non a Milano, Firenze, Cagliari…». Doveva esser un solo grido, d’un solo popolo, arrivato a Roma da tutta Italia per buttar giù il governo a forza di slogan e canzoni (o di rutti, come ho proposto io). Invece, no: eravamo solo duecentomila, i quattro gatti dell’Italia!

Terzo: Sul palco, dopo trecento chilometri, mi son trovata una VJ che pensava d’esser a TRL. Ha avuto il coraggio di dire: «E come ogni festa che si rispetti, ci vuole la musica!». Ma, secondo te, io mi son attraversata l’Italia per festeggiare? Non festeggiavo a casa mia? Per ascoltarmi Frankie hi-NRG e Cristicchi, potevo benissimo andar al Primo Maggio. Questo è stato lo smacco più grande: il fatto che sia stata concepita una manifestazione tipo Primo-Maggio-dei-Poveri. Doveva esser una piazza di cittadini incazzati neri, e l’hanno trasformata in una piazza di adolescenti in periodo di spaccare il mondo; e questo, non solo per colpa della VJ, ma anche per colpa dei leader d’opposizione, che –prima di tutto– hanno esordito dicendo: «Non siamo qui per protestare, ma per proporre un’alternativa». No, bello: io ero lì per PRO-TE-STA-RE! L’alternativa sarà un problema successivo.

Sono amareggiata e delusa. Sì: amareggiata e delusa, perché eravamo troppo pochi; troppo pochi, per quel ch’è stato fatto… ch’è sempre meglio ricordare: il «Lodo Schifani», il «Lodo Alfano», varie leggi salva-premier, la «blocca-processi», il «processo breve», il «legittimo impedimento»; la legge salva-Rete-Quattro, che ci costa trecentocinquantamila euro al giorni, e purtroppo, non solo per colpa di Berlusconi; la gestione di Alitalia, la gestione della crisi, la gestione del terremoto dell’Aquila e dell’alluvione di Messina (per non considerare, poi, che il Parlamento è quasi esautorato, visto che si va a avanti a forza di decreti, alla cui conversione –a volte– viene pure posta la fiducia), lo «scudo fiscale» e, alla fine di tutto questo, il cambiamento d’una legge elettorale in corso d’opera!

Sono amareggiata perché, dopo tutto questo, bisognava invadere Roma! Senza VJ, senz’orpelli e senza cantanti. Bisognava esser degni dei nostri vecchi, che, quando ebbero un nemico comune, si allearono, dimenticandosi ch’erano comunisti o cattolici, del nord o del sud, politici e no. Bisognava gridare che cosa non va in questo Paese! Bisognava dar vita a una nuova Resistenza!

Niente di questo è avvenuto. Dopo altre quattro ore di pullman, il mio unico pensiero è stato:

Adiosu, Nanni. Tenedi contu, faghe su surdu ettad’a tontu. A tantu, l’ides su mund’est gai, a sicut erat non torrat mai.
(Addio Nanni, riguàrdati. Fa’ il sordo e fíngiti tonto. Tanto, lo vedi: il mondo è così, e com’era non tornerà mai).